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Piaget, nel 1932, sottolineava già la diversità tra la relazione sociale asimmetrica con l'adulto e quella simmetrica con i coetanei. La prima è basata sul rispetto e sull'obbedienza, mentre la seconda è caratterizzata da cooperazione e condivisione. Proprio a questo tipo di relazione Piaget attribuisce un ruolo importante nel favorire il passaggio verso fasi più evolute di giudizio morale.Nel corso dello sviluppo l'importanza delle relazioni con i coetanei aumenta tanto che, nella preadolescenza e nell'adolescenza, i coetanei diventano una fonte primaria di vicinanza e sostegno affettivo (Hartup, 1989). Abitualmente si distinguono diverse forme di aggregazione giovanile e principalmente tra gruppi formali e informali: i primi sono strettamente integrati con le istituzioni mentre i gruppi informali lasciano più spazio alle tendenze personali. Ecco perché i giovani che appartengono a quest'ultimo tipo di gruppo si confrontano e cercano sostegno dai coetanei più che dagli adulti, perseguono l'autonomia personale e l'indipendenza, aprendosi verso nuovi valori e posizioni originali, più che tradizionali. I ragazzi che frequentano i gruppi formali si dimostrano più legati alla famiglia e seguono valori basati sull'autodisciplina, lo studio e la formazione professionale. L'appartenenza ad un gruppo, di qualunque tipologia esso sia, nasce dal bisogno di affiliazione che è dato dall'esigenza di trovare supporto, condivisione e approvazione. Tutto ciò diventa, in seguito, un vero e proprio bisogno di appartenenza che porta alla scelta selettiva del gruppo da frequentare in base ai valori che meglio si combinano con i propri e con l'immagine di sé che l'adolescente sta costruendo (Tonolo, 1999). Inoltre, si è concordi nell'attribuire alla relazione con i coetanei il ruolo di rafforzare i processi di identificazione e differenziazione/ identificazione (Palmonari, 1997). Infatti, Erikson (1968) individua proprio nel periodo adolescenziale la crisi tra identità e confusione di ruolo con consolidamento delle soluzioni dei precedenti quattro stadi in un senso coerente di sé. Risulta molto interessante indagare il significato che gli adolescenti stessi danno al gruppo, cosa vuol dire per loro farne parte. Tra alcune delle loro affermazioni in proposito possiamo citare le seguenti: - non posso pensare di perdere il gruppo
- al gruppo non potrei comunque rinuciare
- il gruppo di dà qualcosa che nessun altro ti può dare
- il gruppo vuol dire avere qualcuno con cui confrontarsi
- stare in gruppo vuol dire affrontare insieme ad altri le nostre difficoltà
- nel gruppo puoi fare quello che vuoi senza che nessuno ti rompa
- all'interno del gruppo ognuno ha la possibilità di affermare la propria identità
- frequentare un gruppo è u bisogno quotidiano
- il gruppo sostiene nei momenti difficili, ti tira su ill morale
- il gruppo ti permette di fare le stesse cose, di identificarti con gli altri
- certi problemi in famiglia non possono essere risolti, si può fare solo con gli amici, in gruppo
- il gruppo è un modo per fronteggiare la solitudine, la noia e anche i pericoli
- il gruppo è un modo di scambiarsi esperienze, soprattutto modi di pensare (De Bartolomeis, 1972).
Stare in gruppo, però,non è sempre facile, nè porta ogni volta ad un esito positivo: infatti, il gruppo, oltre alle funzioni positive, citate precedentemente, può essere fonte di disagio e devianza. Il gruppo dei pari può diventare, quindi, ricettacolo degli aspetti più fragili della personalità, che possono portare al compimento di atti aggressivi finalizzati allo scarico della tensione interna. Questi atti, da un punto di vista psicologico, sono indicatori di rischio aspecifici, aperti cioè a diverse possibilità di sviluppo non necessariamente, né prevalentemente, di tipo deviante.Solitamente i gruppi di adolescenti violenti sono costituiti da giovani che hanno storie personali familiari traumatiche non elaborate: separazioni precoci dai genitori, abbandoni, lutti, abusi e maltrattamenti. Vi sono alla base una grande superficialità nei rapporti interpersonali e gravi lacune educative che portano il giovane a non essere in grado di prevedere completamente la gravità delle proprie azioni.Provare emozioni forti e rischiose solitamente rispecchia un modo per i giovani di ricercare una propria identità sia per se stessi sia agli occhi dei pari e della società. Il gruppo, infatti, assolve un'importante funzione: è lo specchio delle proprie immagini, la conferma del sé. Questo perché, quando le aspettative individuali si incontrano con quelle degli altri, forniscono figli spunti dell'orientamento all'azione con conseguenze, non sempre consapevolmente attive, sono comunque di tipo espressivo. L'azione deviante, con la trasgressione che manifesta, ha il potere di amplificare la comunicazione, di evidenziare i messaggi, di attivare attenzioni. Ecco perché è importante sviluppare favorire nei giovani la progettualità e la partecipazione democratica, la collaborazione e la solidarietà, promuovere sentimenti di accettazione e riconoscimento reciproco, educare all'autostima e alla valorizzazione personale, al lavoro di gruppo, offrire modelli positivi e stimolare abilità psicosociali (life skills). Il potenziamento di questi rapporti psicologici e sociali può avere una forte funzione preventiva e contenere o ridurre gli stati di disagio individuale, spesso legati a povertà relazionali, ambientali e affettive. .......................... Bibliografia: - De Bartolomeis F. (1972), La psicologia dell'adolescente e l'educazione, La Nuova Italia, Firenze.
- Erikson E. (1968), Gioventù e crisi d'identità, Armando Editore, Roma.
- Hartup W.W. (1989), Social relationships and their developmental significance, in American Psychologist, 44, pp. 120- 126.
- Palmonari A. (1997), Psicologia dell'adolescenza, Il Mulino, Bologna.
- Piaget J. (1932), Il giudizio morale nel fanciullo, Giunti, Firenze.
- Tonolo G. (1999), Adolescenza e identità, Il Mulino, Bologna.
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