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La misurazione dell'intelligenza

di Redazione
 

Wechsler, lo studioso che giunse alla costruzione del più importante strumento per la sua misurazione, definiva l’intelligenza come :”””…non è una particolare abilità, ma una competenza generale, una capacità globale che in un modo o nell’altro consente ad un individuo di predisporsi alla comprensione del mondo e ad affrontarne le sfide …””” (Wechsler, 1981).

Spearman assume invece che esista una intelligenza generale (noto come fattore G di Spearman), che comprende varie prestazioni di pensiero, ragionamento, abilità verbali e numeriche, e una serie più o meno numerosa di fattori specifici, legati all’esecuzione di compiti determinati (ad esempio le abilità legate all’ortografia).

Cattell sostiene invece l’esistenza di una intelligenza fluida e di una intelligenza cristallizzata. La prima fa riferimento alle capacità di elaborazione, di soluzione dei problemi, di memoria, mentre la seconda riguarda l’intelligenza come “sapere culturale” (linguaggio e abilità sociali).

La scala Binet, il primo test di intelligenza, venne pubblicato nel 1905 in Francia, con lo scopo di misurare le capacità base dei bambini, ma è solo nel 1917 che il test venne perfezionato con l’introduzione del concetto di Quoziente Intellettivo, inteso come rapporto tra età mentale ed età cronologica.

Attualmente il più utilizzato test di intelligenza è la WAIS-R (Wechsler Adult Intelligence Scale).
La scala WAIS è costituita da 11 test differenti: sei misurano le abilità cognitive di natura prevalentemente verbale e gli altri cinque le abilità cognitive di natura principalmente visiva, spaziale e manipolativa. I risultati delle prime sei scale danno origine al Quoziente Intellettivo Verbale, i punteggi delle ultime cinque confluiscono nel Quoziente Intellettivo di Performance. La media di questi due indici è il Quoziente Intellettivo Totale. Le differenze nel Quoziente Intellettivo (QI) possono dipendere da differenze genetiche o ambientali-culturali. Spesso dipende da entrambe queste cose. Sicuramente il patrimonio genetico individuale ha un’importanza fondamentale nel determinare le basi e i meccanismi dello sviluppo, ma è anche vero che è necessaria una società ed un ambiente adatto perché si possa sviluppare un’intelligenza normale. Il modo più semplice per studiare quanto i geni determinano il QI è lo studio dei gemelli monozigoti (quindi con lo stesso DNA) che siano stati separati dalla nascita (cresciuti quindi in ambienti differenti). L’interpretazione dei risultati di queste ricerche è controversa. Tendenzialmente è possibile affermare che il corredo genetico influisce per il 50% nel determinare le basi dell’intelligenza. Sembra quindi che i geni e l’ambiente contribuiscano in uguale misura alla formazione del QI.
Particolarmente interessanti sono gli studi per individuare eventuali differenze legate al sesso, alla classe sociale ed alla razza.

Per quanto riguarda le eventuali differenze tra i due sessi, nel livello di intelligenza media la risposta è certa e definitiva: non esistono differenze significate tra uomini e donne. Gli studi di Wechsler rilevarono tuttavia alcune importanti differenze circa la struttura dell’intelligenza che sarebbe invece influenzata dal sesso. Vi sono invece differenze grandi e nette nel QI medio di membri di classi sociali e professionali diverse. Chi svolge lavori intellettuali riporta valori più elevati nei test di intelligenza, anche se ciò potrebbe essere dovuto a una maggiore familiarità di questi lavoratori con i compiti richiesti nei test. Il fattore fondamentale sembra essere l’istruzione ricevuta. Il contesto sociale di riferimento è essenziale: differenze legate alla classe sociale compaiono già prima dei 5 anni di età. Ciò implica che i fattori ambientali rilevanti operino già prima che il bambino vada a scuola. Anche da questo punto di vista viene sottolineato il fondamentale ruolo della famiglia nell’influenzare tutto lo sviluppo intellettivo del soggetto.

Il dibattito più acceso è nato intorno al ruolo della razza nel determinare minori e maggiori punteggi nei test di intelligenza. Gli studi condotti negli Stati Uniti rilevano infatti che la popolazione di colore riporta punteggi significativamente inferiori rispetto alla popolazione bianca. Questo è un dato certo, ma l’interpretazione è controversa. Per lungo tempo questi risultati vennero utilizzati a fini politici, per confermare l’inferiorità genetica dei neri e per avvalorare certe scelte in tema di educazione ed immigrazione. Oggi gli psicologi, più attenti alle ragioni della scienza e dell’analisi metodologica che alle considerazioni politiche, rilevano due fatti. Innanzitutto i test misurano capacità che il mondo occidentale considera indici di intelligenza e gli stessi test sono nati e sono stati standardizzati su popolazioni bianche. Come a dire che i test di intelligenza sono dati per sottolineare certe differenze e non altre. In secondo luogo le osservazioni sperimentali negli Stati Uniti implicano spesso una sovrapposizione tra razza e contesto sociale. Le popolazioni nere negli USA appartengono (e appartenevano ancora di più all’epoca di questi studi) a classi sociali disagiate, con l’ovvia impossibilità di determinare se i minori punteggi nei test di intelligenza erano legati a fattori genetici di razza o alla povertà del contesto sociale di riferimento.

 
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