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La vita oscilla tra i due poli nascita e morte e si trascorre la sua durata in questa bivalenza eterna. Acceso spento, alba e tramonto, eros e thanatos, piacere e dolore. Conosciamo il piacere se conosciamo la sofferenza, altrimenti non avremmo la capacità di viverlo, di quantificarlo. Il fatto è che il dolore è una parola ‘ombrello’ e sotto ci stanno tante cose: malinconia, rabbia, delusione, frustrazione, male (fisico), solitudine. Se facciamo un brain storming possiamo raccogliere mille e mille parole. E inoltre il dolore è ‘persona’; io sento il mio dolore comunque più forte del tuo, qualsiasi sia la causa scatenante. Due mamme al capezzale dei figli in ospedale; uno affetto da cancro e l’altro deve levare l’appendice. Il dolore di ognuna sarà grande per il suo bambino, pur rimanendo la consapevolezza che una patologia è decisamente peggiore dell’altra. E in più il dolore vive del nostro passato, del nostro pregresso esperire e della capacità del tutto unica di trasformare l’evento in storia, in vissuto, in particolare esperienza. Il parto sarà bellissimo o tragico e il tocografo avrà monitorato la stessa intensità contrattile. Una morte può portare un angelo o il buio, un ricordo o l’oblio. Mi posso nutrire del dolore, viverlo, travagliarlo, sentirlo vibrare in me per far nascere un insegnamento e un vissuto, sentire come dalle ceneri rinasca la fenice. Oppure posso allontanarlo, rimuoverlo, evitare di guardarlo e annegarci dentro, in un bianco o in un nero. Forte è la sensazione alla parola dolore; proviamo a pensarci un attimo e a sentire le voci che evoca. Proviamo a ricordare un evento particolarmente sgradevole della nostra esistenza, evocare le sensazioni negative collegate ad esso. In breve ci renderemo conto di quanto le emozioni coinvolgano tutto il corpo, di come il cuore acceleri il battito, di come la respirazione subisca variazioni, di come il male dell’anima venga percepito anche dal corpo. E così se pensiamo al dolore fisico lo vedremo accompagnato da una catena di emozioni che possono andare dalla paura, al terrore, all’ansia, all’agitazione. In questo olistico concetto che tutto abbraccia e ingloba, possiamo porre quel dolore particolare legato al parto e provare ad interpretarlo e reinterpretarlo, a leggere nelle emozioni e a sentire quale significato hanno investito in noi o quale investiranno… E così possiamo chiederci quale bisogno abbiamo di sentire un dolore e quale di negarcelo, fino a rimuoverlo, fino a cancellarne anche il ricordo. La capacità nocicettiva è il campanello d’allarme che ci dice se qualcosa non va, si è studiato che quando questa è disfunzionale, non si riesce ad attribuire un ‘particolare valore biologico e pericolo per l’integrità dell’organismo’[1] ma se questo segnale viene vissuto in modo così diverso per ognuno di noi, quale significato avrà il singolo vissuto? E quale la sua rimozione? Le domande, volontariamente aperte, si prestano ad un ventaglio interpretativo così personalmente da vivere e senza essere relatrici di giudizio. Cosa significa per me e in quel momento, affrontare o negare quel tipo di dolore? Questa la domanda di base, profonda e antica, dalla quale lasciarsi trasportare facendo echeggiare dentro di noi il nostro vero significato. E se in tutto questo ci sentiamo colpiti, chiediamoci solo dove abbiamo sentito male e cosa racconta di noi. A volte una consapevole posizione può aiutare più che inconsapevoli memorie.
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