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“… tra pochi giorni sarebbe dovuta tornare a casa… e aveva passato questa prima parte d'estate nell'angoscia di dover raccontare alla famiglia che aveva fallito. Ci aveva provato, ma senza risultati. Negli ultimi mesi aveva sempre mentito. La verità era diversa: zero esami, un anno di università buttato. Sapeva che non sarebbe mai riuscita ad affrontare la collera del padre, troppa era la vergogna e la disapprovazione. Considerava ormai la sua vita un fallimento senza ritorno”. ( Repubblica, 26 luglio 2002 ) IL SUICIDIO GIOVANILE
crisi, esperimento, emulazione Il brano sopra citato inerisce al suicidio di una giovane siciliana che frequentava gli studi universitari a Roma.
E’ un tema facilmente evitato dalla pubblica opinione e affrontato spesso solo in corrispondenza di eventi di cronaca sensazionali, quasi sempre tragici. Perché, come adulti, evitiamo così facilmente questo argomento? Provando a tentare una risposta viene da pensare che l’immagine con cui normalmente si identifica l’adolescenza è quella della spensieratezza, del divertimento, dello slancio di vivere; già in questi anni complicati abbiamo capito che non è così e che è invece una fase delicata che porta con sé spinte contrastanti, riguardanti la conoscenza del sé e l’equilibrio esistenziale in genere. Ma evidentemente l’adolescenza presenta una faccia ancora più oscura e meno sondata che è quella, per dirla come gli psicanalisti, della pulsione di morte. Come è possibile, si domanda l’adulto, che un/una ragazzo/a di 15 -16 anni desideri morire? Nel tentativo di fare un’analisi occorre anzitutto distinguere tra diverse istanze esistenziali che riguardano, a diverso titolo, il tema della morte in adolescenza. A questo proposito possiamo identificare due componenti non necessariamente co-presenti ed in rapporto tra loro. La percezione della propria e altrui mortalità
Non è la cognizione della morte, che è nozione mentale già in età infantile, ma il prendere contatto psico-emotivo con la provvisorietà e la caducità della vita: tale dimensione, quando percepita, e l’adolescenza è la fase evolutiva che solitamente introduce questo elemento, può provocare uno stato di scoramento e afflizione temporanei che, in situazione normale, costituiscono un’occasione di maturazione per la persona. Pensare alla propria morte, è una componente del processo evolutivo di tutti gli adolescenti. E’ questo il periodo in cui, infatti ci si pone delle domande sulla vita, sul suo senso e sulla morte. Le domande più frequenti sono :”Chi sono?”, “Perché vivo?”, “Cosa diventerò?”, “Perché morirò?”. L’idea suicidaria
La percezione della propria mortalità può, in corrispondenza di determinati stati d’animo indurre il giovane a pensare come sarebbe il mondo se lui decidesse di non esserci più. E’ un’operazione di appannaggio della fantasia in cui prevale la costruzione immaginaria; può essere spiegata anche come una ricerca di affetto o un contatto con il sentimento di incomprensione di cui molti adolescenti sono portatori. L’intenzione suicidaria
E’ il progetto di mettere in atto il suicidio, di provocare la propria morte ed è tipico di personalità già molto sofferenti, nelle quali la vita ha giocato un pesante effetto di disillusione cui non è seguito un momento di recupero costruttivo basato sul rapporto tra il sé e la realtà. Spesso l’adolescente che matura un’intenzione suicidaria, manifesta sintomi di varia natura, anche ben visibili ad un occhio ed ad un orecchio attenti. Periodi lunghi di umore “nero”, di sconforto senza ripresa, di calo motivazionale generalizzato, di isolamento, possono portare ad un progetto “risolutivo” di una crisi esistenziale molto internalizzata. Talvolta, il soggetto pronuncia “frasi spia” del tipo: “Vorrei andare a dormire e non risvegliarmi più”, oppure “Cosa direte quando non mi vedrete più? “, oppure ancora ”Vorrei sentire il mio corpo leggero … come una piuma”. L’intenzione suicidaria testimonia una situazione di profondo disagio e come tale necessita di attenzione e di risposte adeguate. E’ importante che le persone che vivono insieme ad un ragazzo che manifesta questi sintomi sappiamo leggere adeguatamente la situazione ed entrino in rapporto con la persona in termini di stimolo positivo. La storia familiare e gli eventi determinatisi a livello personale, sono solitamente decisivi nello sviluppo delle tendenze autolesive e di autosoppressione. Un fattore predisponente è sicuramente l’evento traumatico legato all’essere stato vittima di abusi sessuali, abbandoni o di violenze fisiche. Una ragazza di 15 anni che da piccola ha subito abusi sessuali, specie se da un familiare, può sviluppare tendenze suicidarie: un recente studio, su un gruppo di donne vittime di un rapporto incestuoso, evidenzia una percentuale di tentato suicidio del 38%. Un bambino abbandonato dai genitori, se non incontra situazioni in grado di compensargli tale condizione, può essere un potenziale suicida. Ma anche bambini che non hanno subito abbandoni o abusi ma sono stati seguiti in modo molto autoritario o con estrema indifferenza possono, per dinamiche diverse, sviluppare la convinzione di “non essere importanti per nessuno” o di “essere persone sbagliate”. I fallimenti nello studio costituiscono una fonte piuttosto ricorrente di depressione, che costituisce l’elemento contestuale per rivalutare un progetto di suicidio nei giovani e nei giovanissimi. Un altro fattore di rischio per il bambino è costituito anche dall’essere confrontato al suicidio, o al tentativo di suicidio, di un parente o conoscente: frasi del tipo “ecco, andrai a finire anche tu come lo zio…” oppure “ se non sei in grado di vivere allora fatti fuori!” ed altre anche più “infelici” rivolte ad un ragazzo che vive un disagio personale possono, talvolta, rinforzare tendenze suicidarie. Anche l’incontro con alcune droghe, specie quelle con effetti specifici, quali ad esempio la ketamina (il viaggio nell’aldilà) possono determinare una confidenza con l’idea della morte. Talvolta ci troviamo di fronte a casi che presentano un insieme variegato di situazioni negative nella loro storia: si crea una miscela come si suol dire “esplosiva” al riguardo. Talvolta è sufficiente l’incapacità a sopportare stati di forte tensione, verificatisi per esempio nell’ambito familiare o nei rapporti d’affetto, per mettere in atto rapide reazioni autodistruttive. Il comportamento autodistruttivo è una modalità di scarico dell’aggressività e del proprio malessere che ha una caratteristica particolare: l’essere rivolta verso il sé piuttosto che verso l’esterno del sé. Occorre non dimenticare che il soggetto più a rischio è sempre quello che ha già tentato una volta il suicidio senza riuscirvi: circa l’1,5% dei giovani che tentano di suicidarsi vi riesce entro 12 mesi dal primo tentativo. Pertanto, è opportuno che gli adulti che si occupano del giovane, lo seguano attentamente senza sottovalutare o ritenere superato troppo in fretta il problema. Esiste poi, una campagna mediatica, che ha come oggetto soprattutto i film d’azione (ma non ne sono esenti, talvolta, nemmeno i cartoni animati), che promuove confidenza con l’idea della morte come fenomeno esorcizzabile (l’eroe non muore mai pur adottando comportamenti molto pericolosi) o addirittura mitico (uccidersi per rimanere immortali). Tale stimolazione può provocare situazioni di emulazione o di insight subliminale rispetto all’idea della propria morte. In generale il mondo dell’adolescente è fortemente attratto da tutto ciò che è anticonvenzionale, occulto, trasgressivo: gli idoli musicali di molti giovani “frequentano” la questione mortifera o sono protagonisti di “uscite di scena“ tragiche. Jim Morrison, Elvis Presley, Jimmy Hendrix, Bob Marley, Freddie Mercury, Kurt Cobain, sono soltanto le più celebri pop star che hanno seguito, pur in modi differenti, la comune sorte dell’autoannientamento. Vasco Rossi, in un’intervista di qualche anno fa, ha affermato: “Le vere star muoiono giovani!” … E il messaggio passa … e affascina e può, specie in una fase debole e controversa quale l’adolescenza, sedurre e diventare esperienza da … provare. Provare è, spesso, il termine giusto per inquadrare questi fenomeni nel novero dei comportamenti “ludici” di rischio. Un discorso a parte merita Marylin Manson: vero stratega dello stile horror è diventato idolo delle giovani generazioni con spettacoli e testi impregnati della cultura della morte: ma lui non pare essere animato di particolari tendenze autodistruttive, anzi, è un ottimo businessman che ha saputo imporsi sulla scena discografica in modo sapiente, occupando uno spazio vuoto. Ma i giovani riescono sempre a rielaborare il messaggio e scindere l’elemento spettacolare da quello esistenziale che, peraltro, è solo scenografato? I giovani sono più abili di quanto non si pensi in questa operazione: soltanto che … non lo sono tutti! Per quella minoranza meno “attrezzata” i rischi di emulazione sono enormi (omicidio dei genitori, di coetanei, di fidanzati/e… e, per qualcuno, suicidio). Capiamo allora quanto importante sia, anche su questi temi, la giusta attenzione educativa: i problemi psichici nel loro insorgere e nella loro evoluzione, hanno sempre un’eziologia educativa. Le carenze genitoriali a riguardo sono sempre determinanti: se poi ad esse si aggiungono altri fattori di rinforzo negativo è possibile giungere alla composizione di sindromi difficili da risolvere. Il tipo di interazione che un adulto instaura con un bambino e con un adolescente è assolutamente importante: ma è anche uno dei punti più critici della nostra società. Quella attuale è una società piuttosto in crisi nell’accudimento e nella protezione dei “piccoli”, al punto che talvolta li sopprime o procura loro, pur senza un’intenzione specifica, ferite psichiche tali da indurre loro stessi a togliersi la vita. Non è poi così improbabile provocare danni psicologici nei bambini e negli adolescenti: i risultati peggiori si raggiungono quando il soggetto sviluppa convinzioni profonde del tipo: “non sono importante per nessuno”, “non valgo nulla”, “non mi piaccio in nessun aspetto”, “non piaccio a nessuno” etc. Il trattamento
Occorre che il giovane abbia la possibilità di parlare di questo argomento con interlocutori che si dimostrino in grado di stare a contatto con la dimensione che egli propone: il colloquio e l’approfondimento adeguatamente svolti, esorcizzano il progetto suicidario e fanno sì che il soggetto esca da quell’eccesso di internalizzazione che solitamente accompagna la sua condizione. Parlare ed elaborare, condividendole con qualcuno, le proprie spinte autodistruttive determina un aumento della padronanza su di esse ed un rinforzo delle spinte all’affermazione positiva del sé. La dimensione drammatica, nella quale il soggetto ha vissuto in modo solitario, si dipana in un canale comunicativo che consente l’innesto di istanze psichiche volte ad una nuova percezione del sé e della realtà.
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