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La “pedagogia immaginale” - in cui il termine immaginale individua quella regione delle immagini che non sono primariamente frutto della mente umana, ma visioni, figure, simboli e archetipi provenienti da un altrove trascendente la cognizione razionale, angeli collocati tra il visibile e l’invisibile, tra il tangibile e l’immateriale, secondo la lezione di Henry Corbin – invita ad un’autentica sovversione della postura che il soggetto intrattiene nei confronti del mondo.
Ciò a cui si mira attraverso un tale rivolgimento, è una ricomposizione tra soggetto e oggetto, in cui il primo possa arrivare al riconoscimento di una partecipazione e di un’appartenenza fondamentale al secondo. Un riconoscimento andato perduto in virtù della posizione eroica e dominatrice che la coscienza diurna, analitica, separativa dell’uomo ha imposto alle cose, dimenticando di esserne parte, distaccandosi da esse.
La “pedagogia immaginale” richiama ad una torsione verso quel luogo da tempo disertato dal soggetto razionale dove possa risorgere un diverso sguardo, la cui operatività è implicita già nel modo di disporsi nei confronti delle cose. Non più dall’esterno e “di fronte”, ma per esprimerlo attraverso le parole di Rilke, da una distante intimità, in cui, proprio in virtù dell’abbandono di una visuale che ordina e dispone, lo “spazio interiore del mondo” accetti di manifestarsi . In tal modo si può riapprossimare quella interconnessione e reticolare corrispondenza analogica di tutte le cose che i saperi ermetici hanno sempre considerato la condizione primaria della vita nel cosmo.
Occorre ritornare presso uno sguardo che abbia compiuto la sua opera immaginativa di riconnessione con l’Anima Mundi, la linfa vitale che attraversa e collega ciascuna cosa all’altra. Presso quegli artisti la cui visione ha fatto emergere dalla superficie delle cose il loro sfondo e la loro fodera invisibile, cioè il tessuto dei rapporti soggiacenti che le radicano e le orientano, compiendo in tal modo un atto di ritrovamento, una scoperta.
La ripetizione, l’imitazione guidata dell’atteggiamento che ha prodotto tali visioni, e dunque l’esercizio di contemplazione, meditazione e riflessione intorno alle loro opere, diventa il principio e il fulcro della formazione immaginale. Una formazione attraverso la quale venga restituita la piena percezione di quei rapporti d’interdipendenza smarriti da uno sguardo disancorato, smarrito, esiliato.
La lenta e paziente opera di riguardo, di visione prolungata e assorta delle opere di pittori come Cezanne e Klee, delle immagini inattuali di registi come Tarkovskij o Piavoli o Kim Ki-duk, delle metafore pregnanti e veementi di poeti come Keats o De Nerval o di scrittori visionari come Bousquet o Guimarães Rosa, delle tessiture sonore misteriose di compositori diversissimi come Wagner o Varése o Scelsi, le meditazioni esoteriche di mistici e alchimisti come Boehme o Paracelso, può divenire una chiave per far lentamente risorgere, o per attingere faticosamente quella capacità di restituire le cose al loro sfondo integratore, di renderle cioè nuovamente incandescenti di potere simbolico.
Affidarsi a tali opere segna la via di un’educazione controcorrente, orientata da un principio di sottrazione, di reversione, di diminuzione, in quanto ci chiede di preferire all’azione la meditazione, la comprensione come condizione ineludibile per la salvaguardia della Terra, fisica e immaginale, e dunque di quel sostrato elementare in assenza del quale nessuna operatività è possibile.
Nella pedagogia immaginale la ricerca di opere d’immaginazione creatrice, di immagini in cui già è stato realizzato il compito di ricongiunzione tra soggetto e mondo, tra materia e spirito, tra maschile e femminile è il primo necessario e non facile passo. Ma la formazione si attua quando si realizza una concentrata, approfondita, protratta contemplazione e elaborazione simbolica di tali opere, ripetendo, rinnovando in certo qual modo quella riconnessione, per poterne progressivamente e almeno parzialmente incorporare la dinamica sottile, l’ottica trasmutativa.
Ciò che si propone è un esercizio di visione e comprensione organizzato secondo regole precise: di pazienza, lentezza e soprattutto fedeltà all’immagine, cercando di ridurre il più possibile la proiezione delle proprie precomprensioni. Un esercizio che si può definire d’anima, piuttosto che spirituale, in quanto richiede, specie all’inizio, discesa più che elevazione, abbandono, presa di contatto con la parte più fluida e femminile della cognizione, appunto quella immaginativa.
L’operatività che si esercita in questo apprendistato è rispettosa, capace di riguardo verso l’altro-di-cui-sono-parte, ogni intenzione predatrice viene deposta, viene accantonato il modo pregiudiziale di osservare il mondo per lasciare spazio ad una “visione secondo natura” attraverso la quale si possa tornare a percepire l’intrinseca finalità riposta in ogni cosa, e dunque a intercettarne in anticipo l’aspirazione a manifestarsi, a sentirsi impegnati poi a rendere possibile la cura del suo fruttificare, come nel lavoro della vigna, prototipo di ogni alleanza fra uomo e natura.
Solo a questo patto , e con tutte le conseguenze che sul piano di una rinnovata pragmatica pedagogica se ne può trarre, si può immaginare un’autentica sovversione del rapporto con il mondo. Esso ci richiede oggi uno sguardo attento e risanatore, e la cura che ne scaturisce si rende contemporaneamente strumento di autoguarigione. E’ tempo per deporre ogni immaginario dislocato sull’asse delle analisi e delle categorizzazioni, per riscoprire le forme di intreccio immaginale profondo che lasciano dimorare le cose nel loro luogo, pregne del potenziale simbolico e moltiplicativo di cui si tratta pazientemente e ostinatamente di recuperare e rivelare le figure.
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